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Quando parliamo di Raymond Carver

Aggiornato il: 5 mag 2020

Di cosa parliamo quando parliamo di Raymond Carver? Parliamo d'amore, certo, e della sua vita, inscindibilmente legata al suo stile. Su Carver infatti, come in nessun altro, è possibile tracciare una biografia parallela alla produzione letteraria. Questo perché nei suoi racconti, tanto nelle poesie, egli narra l'intensa quotidianità di un vissuto ordinario; la vita di un uomo, o di un uomo e una donna, provenienti dalla classe operaia statunitense, come lui. L'ambiente domestico, il gioco dell'adoperare e lasciar lì gli oggetti, fumo, alcol, nessun sentimentalismo forzato o pretestuoso.

Eppure l'amore affiora dalle cose, come se, in inverno, da un bicchiere di whisky, una sigaretta consumata, un divano logoro, potessero germogliare all'improvviso gerbere, tulipani, girasoli, e senza che i protagonisti se ne rendano conto. E quando leggi una qualsiasi biografia di Raymond Carver, ti accorgi che in quei racconti e quelli poesie c'è tutto lui e, molto probabilmente, ci sei anche tu. Nacque il 25 maggio del 1938 a Clatskanie nell'Oregon da una famiglia proletaria: il padre affilatore in una falegnameria, la madre cameriera. Dopo lo scoppio della guerra, la famiglia Carver si trasferisce a Yakima, nello stato di Washington, dove Raymond trascorrerà l'infanzia, assieme al fratello James. Yakima, sebbene più grande e meno provinciale di Clatskanie, conserva quelle caratteristiche che l'immaginazione ti consente di associare alle più stereotipate realtà di provincia americane.

Paesaggio piatto, case basse con giardino raso – magari con un Clint Eastwood e il suo Labrador Retriever seduti in veranda – strade larghe e spaziose, bar alla Hopper, marciapiedi solcati da individualità (chissà perché, dai romanzi o dai film ti sembra sempre che in America le persone siano sempre terribilmente sole). Una solitudine latente che unita all'ordine a schiera delle abitazioni è funzionale al disordine interno di quelle case. Quando leggi Carver, infatti, ti sembra sempre che dietro quelle porte ci possa essere qualcuno buttato su una poltrona, una bottiglia rovesciata sul tavolo, un telefono che squilla a vuoto. E non potrebbe essere altrimenti per un autore che si è portato appresso per quasi dieci anni – con tanto di ricoveri e arresti – seri problemi di alcolismo. Una vita alla Bukowski, dunque, pur caratterizzata da un insolito e scomodo “spleen famigliare”. Carver è stato tutt'altro che un genio isolato, già a 18 anni ebbe il suo primo figlio da Maryann Burck e poco dopo un secondo. Rimase sempre vicino al padre (col quale per un periodo lavorò in falegnameria) affetto da gravi disturbi nervosi. La sua vita ha conosciuto più dislocazioni, un inquieto vagabondare alla ricerca di certezze economiche ed equilibrio psicofisico: Clatskanie, Yakima, Chester (California), Chico, Eureka, Arcata, Berkeley, Iowa City, Sacramento, Palo Alto, Tel Aviv, Hollywood, San Josè, Sunnydale, Santa Cruz, Ben Lomond, Stanford, Cupertino, Santa Barbara, Plainfield, El Paso, Chimacum, Tucson, Syracuse, Reno, Port Angels dove morì il 2 agosto del 1988. Dal punto di vista artistico sono stati principalmente tre gli incontri che ne hanno influenzato la  produzione: quello con  John Gardner, nel 1958, suo maestro di scrittura creativa al Chico State College, quello con Gordon Lish, nel 1967, editor della rivista Esquire, e suo stesso editor, e quello con Tess Gallagher, nel 1977, poetessa, docente di letteratura all'Università di Syracuse e compagna di vita dopo la separazione definitiva dalla moglie Maryann Burck. Risparmiamoci l'elenco cronologico delle uscite, così come quello delle borse di studio, degli incarichi universitari e dei premi. “Leggete” – piuttosto – “ogni cosa che Carver ha scritto”, come ha suggerito Salman Rushdie; che è poi forse il modo migliore per farne una vostra biografia. Rayomond Carver è morto a soli cinquant'anni, per un cancro ai polmoni con metastasi al cervello.

Neppure quando il dottore gli comunicò la tragica notizia, abbandonò la sua tragica ironia: “…sono saltato su e ho stretto la mano di quest'uomo che mi aveva appena dato/ qualcosa che nessuno al mondo mi ha mai dato prima/ mi sa che l'ho pure ringraziato/ tanta è la forza dell'abitudine.” Sebbene egli abbia sempre rifiutato l'etichetta di “minimalista”, ci piace immaginare di passeggiare con lui su una spiaggia al tramonto; in sottofondo, "Einstein on the beach" di Philip Glass. Con la sigaretta in bocca e il passo pesante, ma allo stesso tempo lieve, vorremmo essere noi gli interlocutori del suo Ultimo Frammento:

“E hai ottenuto quello che

volevi da questa vita, nonostante tutto?

Sì.

E cos'è che volevi?

Potermi dire amato, sentirmi

amato sulla terra”.


Testo tratto da Mangialibri.com




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